Davanti alla Carp, l’uomo chiede il proscioglimento dalla condanna di 24 mesi per l’incendio intenzionale e minacce verso l’ex compagna

Nulla è riuscito a frenare un agire fuori controllo: dopo 12 anni di convivenza e la fine della relazione, per tre anni il 62enne italiano residente in Leventina ha perseguitato la sua ex compagna in un’escalation culminata con l’incendio, appiccato a pochi metri dalla casa della donna.
È stato condannato da Amos Pagnamenta lo scorso 20 marzo 2025 a 24 mesi di carcere e 6 anni di espulsione per incendio intenzionale e per i reati (ripetuti): coazione, minaccia, ingiuria, danneggiamento, disobbedienza a decisioni dell’autorità e guida senza autorizzazione. Oggi, l’uomo ha negato ogni episodio ai danni della ex davanti alla Corte presieduta da Giovanna Roggero-Will, affiancata dai giudici a latere Rosa Item e Francesca Lepori-Colombo.
’Non sono stato io‘
Il culmine della vicenda è arrivato proprio il 23 agosto 2024. Attorno alle quattro del mattino, la donna non riusciva a chiudere occhio. Era preoccupata dall’ennesimo gesto del 62enne – che aveva lanciato dei sassi contro le finestre di casa qualche ora prima. Poi, la donna ha notato le fiamme a pochi metri dall’abitazione: a bruciare era una catasta di legna, da tempo «argomento di molte discussioni» tra i due.
È stato un interrogatorio lungo e surreale per «l’atteggiamento spavaldo» dell’imputato – così definito dalla stessa giudice Roggero-Will – che ha continuato a negare l’evidenza dei filmati di sorveglianza della proprietà. A suo dire, tutto avrebbe avuto origine durante la cena di Natale del 2022. In quell’occasione si sarebbe sentito insultato dall’ex compagna e dai suoi amici. Un’umiliazione, che si è trasformata in rabbia. L’uomo l’ha ammesso in aula, giustificando così, ad esempio, il danneggiamento dell’auto della donna perché «era posteggiata sul mio terreno e non ne aveva diritto».
Le ingiurie nei confronti di terzi e la guida senza autorizzazione non sono state contestate. Roggero-Will ha trovato modo anche di ricordargli il suo passato di gran lavoratore – casaro, alpigiano e boscaiolo – e di padre che ha cresciuto quattro figli affidatigli dal giudice dopo il primo divorzio, avvenuto vent’anni prima.
‘È fuori controllo‘
È stata un’escalation di terrore che né il carcere preventivo né il braccialetto elettronico sono riusciti a frenare. Durante la requisitoria, la procuratrice pubblica Veronica Lipari ha ripercorso la spirale di persecuzioni iniziata a fine 2022 e culminata nel rogo di agosto 2024. Un uomo che un tempo si distingueva «per il senso del dovere», dopo la rottura ha collezionato una moltitudine di reati: ingiuria, minacce, coazione e violazione di domicilio.
«Si sostenevano a vicenda, discutendo di tanto in tanto», ma un’assurda richiesta di controllo ha cambiato le dinamiche: l’uomo avrebbe preteso che la compagna scegliesse tra lui e i suoi amici (alcuni dei quali omosessuali, non graditi al 62enne). Al rifiuto della donna la storia è arrivata al capolinea.
Ciò ha scatenato un agire che ha pesantemente condizionato la vita della vittima. Tuttora, prova ancora un profondo terrore all’idea di una sua scarcerazione immediata. Nemmeno i richiami dei giudici dei provvedimenti coercitivi sono riusciti a fermarlo: «Ha continuato con il suo agire».
La donna «non aveva dormito tutta la notte», ha ribadito la pp, ricostruendo gli attimi dell’incendio. Nonostante l’uomo abbia tentato di accusare la vittima stessa o di accampare scuse, è stato visto allontanarsi dalla zona. Sebbene le immagini delle telecamere non fossero nitide, la corporatura corrispondeva alla sua. Anche le tracce di DNA rinvenute sugli oggetti che accompagnavano i bigliettini minatori – di cui ha sempre negato la paternità – recapitati alla donna lo inchiodano.
Per Lipari, la colpa è medio-grave, poiché l’uomo ha appiccato l’incendio per dolo diretto, ignorando il pericolo per l’incolumità altrui: «Solitamente alle 4:15 del mattino le persone dormono». Il movente era chiaro: creare paura attraverso «persecuzioni reiterate». Inoltre, le minacce ai danni di terzi per l’accusa hanno dimostrato il suo atteggiamento: «Insulta e minaccia se non si fa come dice lui. È fuori controllo. A oggi perde il controllo per il nonnulla». Un comportamento che non ha mostrato alcun’ombra di assunzione delle proprie responsabilità.
A fronte di un’unica attenuante – la lieve scemata imputabilità dovuta a un disturbo di personalità con tratti narcisistici e un’immaturità affettiva – l’accusa ha chiesto la conferma della condanna di primo grado: 24 mesi di detenzione e 6 anni di espulsione.
Un ritratto eccessivamente negativo
«La vicenda è molto delicata – a tratti molto triste – che hanno un’origine ben lontana (da come esposto, ndr.)»: sono le parole del difensore Ruben Borga, che ha voluto offrire un chiave di lettura diversa, anticipando la richiesta di pena contenuta tra i 14 e i 16 mesi. L’imputato «ha fatto della sua vita il suo lavoro» e ha cresciuto da solo i suoi quattro figli, dopo il divorzio: «Un uomo testardo fatto alla sua maniera».
Con l’arrivo della vittima, con cui ha avuto «una relazione importante con una convivenza di oltre 12 anni» sono nati i primi ostacoli. L’allontanamento dei figli dal padre ha inciso, ribadendo che «era evidente che in quella relazione c’era qualcosa che non andava» da prima.
Sul fronte delle accuse è stato chiaro: «È oggettivamente inverosimile che la vittima abbia accertato che sia stato lui. Per lei, poteva essere solo lui». Ha chiesto il proscioglimento per i reati legati all’ex: «Non ha scritto biglietti o proferito ingiuria», contestando anche la perizia calligrafica. Borga ha chiesto in via subordinata che il reato d’incendio sia considerato in forma attenuata. Per lui, quella legna «non aveva alcun valore». Nessun risarcimento.
«Negli anni il 63enne non ha mai raggiunto livelli di violenza fisica attiva. È un elemento da considerare. Questa donna gli ha fatto scattar qualcosa». D’altronde, Borga stesso ha riconosciuto che il suo cliente sia «un anarchico con una sua scala di valori, che possono porre problemi di convivenza con la società – precisando – che non c’è mai stata la volontà di far del male».
La vicenda, per la difesa, è nata dalla volontà di «far valere la propria ragione: è stato un modo di dimostrare il suo senso della giustizia». Ritenendo la colpa medio-bassa la difesa ha sollecitato l’intenzione dell’imputato di lasciare la Svizzera, per ricostruire una vita e ripartire.
Per me è un’ingiustizia
Dopo la discussione, il 62enne risentito e ha ammesso una certa delusione: È un’ ingiustizia che mi fa la Svizzera». Volendo sentire con le proprie orecchie la sentenza, essa sarà fissata tra diverse settimane. Scortato dagli agenti, si è voltato per vedere i propri figli, dopo che Roggero-Will glielo avesse fatto notare. Questi, dopo l’uscita del padre, non hanno reagito bene: in quelle parole hanno visto una provocazione leggera intollerata.

Rispondi