Minaccia e insegue l’ex moglie, ma un testimone lo inchioda

Un 53enne ticinese ha negato i fatti, ma è stato condannato a 8 mesi sospesi per cinque anni e dovrà mantenere le restrizioni la ex moglie

La vittima (l’ex moglie) si è sentita barcollare nel buio dopo il 5 luglio

Minacce. Spesso antecedenti a episodi ben più gravi, sono vicende che rimangono troppo minimizzate. Una riflessione, quella dell’avvocato Benedetta Noli, patrocinatrice dell’accusatrice privata, che ha sottolineato l’importanza del coraggio della vittima. Quest’oggi, davanti alla Corte d’Assise correzionale, presieduta da Marco Villa, il 53enne, che ha sempre negato, è stato condannato per i reati di minaccia e violazione dell’assistenza riabilitativa e delle norme di condotta per non aver rispettato il divieto di avvicinarsi alla moglie.

L’ha inseguita, ma la pena è sospesa

«Purtroppo per lui il testimone c’era ed è credibile» ha ribadito Marco Villa, che non ha avuto alcun dubbio a riguardo. «Lei ha riconosciuto la moglie, anche se è stato casuale. Non so perché c’era tutta questa rabbia – ha evidenziato il giudice motivando la sentenza – il sentimento negativo c’era e si è attivato con questo incontro ed è sfociato in questi gesti».

Tuttavia, la pena detentiva di 8 mesi proposta dalla procuratrice pubblica Chiara Buzzi è sospesa (dedotto il carcere preventivo di circa 4 mesi) in quanto, secondo Marco Villa, un’ulteriore permanenza in carcere non diminuirebbe il rischio di recidiva. Il periodo di prova è di 5 anni e inoltre dovrà pagare una multa di 500 franchi per la violazione delle norme, il risarcimento del torto morale all’ex moglie per 1500 franchi, le spese legali dei tre avvocati (compreso l’assente David Simoni) per un totale di circa 14893 franchi.

L’uomo, tuttavia, è risultato ancora incensurato in quanto il processo dell’11 ottobre 2024 non è cresciuto in giudicato, ossia è pendente alla CARP (Corte d’Appello e reclami penali). L’anno scorso è stato condannato dalla Corte d’Assise criminale presieduta da Marco Villa per reati relativi a episodi di violenza domestica (violenza carnale, ripetuta coazione sessuale e altri reati) a 31 mesi, di cui 15 da espiare e il resto sospeso condizionalmente per un periodo di prova di cinque anni.

Episodio del ‘tutto casuale’

Era il 5 luglio scorso, attorno alle 14.50, a Lugano. Tutto è successo «in una frazione di secondo» mentre il 53enne si trovava alla guida di una vettura (che sarebbe stata noleggiata) ha incrociato, all’altezza della rotonda davanti al LAC, l’auto di sua moglie. Erano a pochi centimetri di distanza e le due vetture viaggiavano in direzioni opposte. «È stata una mera casualità», ma secondo la procuratrice pubblica, tutto è nato «dalla curiosità», che ha spinto il 53enne a invertire il proprio senso di marcia, seguendo l’auto della moglie (per almeno dieci minuti), finché essa non si è fermata all’altezza dell’entrata di un edificio.

Anche lui ha accostato nelle sue vicinanze. Non è uscito «per non essere visto», ma ha abbassato il finestrino anteriore del passeggero, suonato il clacson e urlato ‘EEE’ per attirare l’attenzione della moglie. Poi, ha allungato il braccio destro nella sua direzione, mimando con la mano una pistola ed esclamando al contempo «pum pum». Subito dopo, effettuando il gesto di tagliare la gola, ha incusso spavento nella donna e «se ne è andato».

‘Spinto dalla sua ferita narcisistica‘

«C’è un testimone diretto che ha visto tutto» ha affermato la procuratrice pubblica Chiara Buzzi nella sua requisitoria. «Una testimonianza pienamente attendibile», che ha chiesto l’anonimato, perché ha visto sul volto del 53enne un’espressione «piena di rabbia e ferocia». Anche la testimone era particolarmente spaventata, ma ha sostenuto la versione della vittima risultata «credibile», esponendo le proprie dichiarazioni in modo «lineare e coerente» tramite «semplici descrizioni dei fatti», non mostrando «alcun motivo di vendetta». Molti sono anche i riscontri oggettivi, tra cui i filmati della videosorveglianza della città a supporto della tesi accusatoria, che hanno trovato conferma l’inversione di marcia, ma anche i riscontri telefonici effettuati dalla vittima, dalla chiamata al legale a quella al 117.

«Davanti alle gravi accuse ha negato tutto – ha sottolineato la pp – conosce Lugano come le sue tasche pertanto è inverosimile che abbia sbagliato strada», stando alle «dichiarazioni fantasiose e contradditorie» dell’uomo. «Frustrazione e rabbia» sono le emozioni provate dal 53enne sin dal giorno della sua scarcerazione, avvenuta lo scorso 18 aprile, facendo emergere la «ferita narcisistica» ancora aperta. Ha perfino ingaggiato un investigatore privato per «cercare di minare l’attendibilità della testimone», che lo ha denunciato.

La colpa è grave dal profilo oggettivo, «in quanto ha agito sulla vittima, sapendo della sua fragilità e nel corso di quei dieci minuti poteva controllare gli impulsi». Anche dal profilo soggettivo, la colpa è grave perché «ha agito per vendetta», decidendo di delinquere. Secondo l’accusa, il 53enne «non ha capito la gravità di ciò che ha commesso» e di conseguenza si è chiesto una pena detentiva di 8 mesi da espiare, in quanto la «prognosi è negativa», una multa di 500 franchi, il mantenimento delle misure di restrizioni e il riconoscimento del torto morale dell’accusatrice privata.

Ricadute emotive dolorose

Nel suo intervento, l’avvocato Benedetta Noli ha descritto lo stato di inquietudine della vittima, che «è tornata a barcollare nel buio» dopo ciò che è successo lo scorso 5 luglio. «Non si può fare astrazione del pregresso», soprattutto perché l’uomo è «ancora segnato» e il rischio di recidiva di grado medio è apparso più concreto, «causando sofferenza alla signora». La vittima ha avuto coraggio, ma «ha dovuto attuare altri meccanismi di difesa, avviando una procedura di divorzio» e ha anche intrapreso un percorso terapeutico. Così l’avvocato chiede la conferma dell’atto d’accusa e un torto morale di 4000 franchi e la presa a carico del 53enne delle spese legali.

Per la difesa è innocente

In sostituzione dell’avvocato David Simoni, si è presentato Simone Creazzo che ha contestato tutto, chiedendo il proscioglimento del 53enne. Inizialmente ha criticato il ridimensionamento dei reati (in precedenza vi era anche l’imputazione di coazione), quali sarebbero sanzionabili con una pena pecuniaria. Successivamente, secondo la difesa, l’accusa si è basata sulla «circolarità logica» dell’interpretazione, anzi sulla percezione della vittima, che non è risultata spontanea, ma «frutto di una ricostruzione a posteriori». Invece, il suo assistito avrebbe tenuto «un comportamento mite e pacato» e non ha percepito di aver incrociato la donna e quel gesto di arrabbiatura era per una precedenza non data. Di qui, la difesa in virtù del principio in dubio pro reo ha chiesto il proscioglimento, la scarcerazione immediata e il riconoscimento per un risarcimento di 25mila franchi, respingendo la richiesta dell’accusatrice privata.

Le ultime parole del 53enne sono state cariche di tensione. «Basta. Nessun rancore: è finita. Le auguro di ricominciare da capo. È una vittoria avere mia figlia qui (non la vedeva da due anni e con lei ha avuto il modo di parlarle, prima della sentenza, in privato, per volontà della ragazza e sotto la supervisione degli agenti, ndr)».


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