Condannati a 9 mesi sospesi una 23enne polacca e un 35enne italiano, che su ordine telefonico dalla Polonia, hanno tentato di estorcere denaro a un 86enne incontrandolo in un bar di Paradiso

(foto Ti-Press)
Una chiamata improvvisa da parte della Polizia ha mandato in panico un 86enne. Una storia truffaldina quella approdata quest’oggi in aula penale: i protagonisti, un 35enne italiano e una 23enne polacca, sono stati condannati, nonostante l’assenza ingiustificata.
Per la Corte d’Assise correzionale presieduta Marco Villa, il reato di tentata truffa è stato riconosciuto «su tutta la linea» e ritenuto «odioso» per la tipologia, le vittime (anziani) e l’importo. Inoltre, i due imputati vengono prosciolti, in virtù del principio in dubio pro reo, per l’entrata illegale.
«Non le considero marionette – ha sottolineato il giudice – forse non sapevano la storia nell’integratezza, ma alla base sapevano delle informazioni ingannevoli». Il loro agire è andato «al di là della complicità» e per questo motivo ha condannato a una pena di 9 mesi, sospesa per un periodo di prova di due anni. Nessun risarcimento e nessuna espulsione.
‘Un piano pronto alla consumazione‘
Provenienti da Novara, i due imputati sono giunti a Paradiso sotto specifiche istruzioni telefoniche comunicateli dai correi ignoti (dalla Polonia) per recuperare soldi dalla vittima designata, un 86enne svizzero del Luganese.
Era il 7 marzo 2023. I correi polacchi del duo hanno allarmato l’86enne, fingendosi agenti della polizia comunale della Città di Lugano. Gli hanno comunicato di un incidente stradale grave causato dalla moglie, una 76enne, al momento in stato di fermo. Aggiungendo che l’altra conducente sarebbe stata in pericolo di vita e avrebbe perso il bambino che portava in grembo.
Ciò ha catturato l’attenzione dell’anziano a cui hanno chiesto una ‘cauzione’ di 150 mila franchi. Questa è stata poi negoziata per un valore di 30 mila franchi, da consegnare quel pomeriggio a terzi presso un bar di Paradiso. Affinché non potesse verificare la veridicità dei fatti, nel frattempo gli stessi tenevano occupata la moglie al telefono. Si sono finti medici dell’Ospedale Regionale di Lugano, riferendole del ricovero per imprecisati malori del marito.
In preda al panico, l’uomo ha preso 13 mila franchi da casa, è andato in banca a prelevare altri 15 mila per giungere sul luogo dell’appuntamento. Nel frattempo, i due imputati stavano giungendo nel luogo di incontro e quando hanno identificato la vittima, si sono divisi: la 23enne è rimasta all’esterno, mentre il 35enne ha raggiunto la vittima.
L’uomo gli ha consegnato il suo telefono, affinché conferisse con il correo e da questi ricevesse ulteriori istruzioni sulla consegna della somma al 35enne. Quest’ultimo, assieme alla 23enne, avrebbero poi riportato tutto in Italia e percepito il loro compenso (non ancora stato stabilito). Tuttavia, nulla è avvenuto grazie all’intervento della Polizia informata precedentemente sia dalla vittima sia dalla testimone (una cameriera).
Una chiamata improvvisa per una ‘finta cauzione’
Durante la requisitoria, il procuratore generale sostituto Moreno Capella ha precisato che grazie ai «tabulati telefonici» è stato possibile precisare il momento «determinante» della consegna del denaro. Una chiamata dalla Polonia alle 17.48 di 13 minuti avrebbe dovuto «far chiudere il cerchio».
In aggiunta, il numero dell’interlocutore polacco, è apparso «ben cinque volte», di cui due sono risultate conversazioni di circa tre minuti totali. «Si tratta di una truffa piuttosto evidente – ha evidenziato – facendo leva sulla fragilità degli anziani, hanno tentato di ottenere denaro».
«Le istruzioni venivano comunicate per telefono» il 35enne è «esecutore materiale della truffa, lui stesso lo ha ammesso». La 23enne non era presente, ma è stata chiamata in causa dal 35enne, le cui dichiarazioni «lineari, coerenti e costanti» lo hanno reso «credibile».
La 23enne è a tutti gli effetti una «correa con ruolo rilevante», in quanto «ha sollecitato il viaggio a Lugano e abbia interloquito con gli autori polacchi e si è allontanata stando ai piani».
Il reato non si è consumato per il «ritardo nel (loro) contatto con la vittima e dall’intervento della Polizia». Durante l’attesa, una cameriera ha notato l’anziano: «Era irrequieto e non vedendo nulla si è deciso di prendere contatto con la Polizia».
Per l’entrata illegale, il pgs ha chiesto il proscioglimento solo per il 35enne: la 23enne non aveva alcun documento valido per l’identificazione. Le pene richieste dall’accusa sono leggermente diverse, per i precedenti specifici del 35enne: 9 mesi per lei e 11 per lui sospesi per un periodo di prova rispettivamente di due e quattro anni. Inoltre ha proposto un’espulsione facoltativa per un periodo di cinque anni.
Per la difesa la truffa non sussiste
Entrambi i difensori Luca Taddei (per il 35enne) e Lara Tartaglia (per la 23enne), hanno chiesto il proscioglimento da ogni capo d’accusa: non ci sono elementi sufficienti. Tartaglia ha richiesto un indennizzo quantificato per un importo di 11’800 franchi per l’ingiusta carcerazione preventiva della sua cliente.
«Era lì per trascorrere il bel tempo con il compagno». Per Tartaglia, la 23enne «non ha avuto alcun ruolo nei fatti» e non c’è alcun elemento oggettivo e soggettivo per ritenere il reato basandosi solo sulla «sua presenza». Ciò ha portato anche a evidenziare l’azione insolita di smettere di «rispondere ai propri correi».
Secondo Luca Taddei, entrambi sono stati delle «vittime sacrificabili» a cui è stato dato il minimo delle informazioni. «Gli autori rimangono in sicurezza all’estero, lasciando gli accusati a compiere gli elementi materiali».

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