Chiesti 4 anni e 10 mesi al 43enne italiano che tentò di uccidere un 58enne senza motivo. La Corte valuterà per un trattamento stazionario

Due minuti e cinque secondi di follia poco dopo la mezzanotte. È il tempo bastato a un 43enne italiano per compiere il gesto che lo ha visto alla sbarra con l’accusa di tentato omicidio intenzionale, ieri lunedì 6 luglio. All’origine del dramma, sfociato per le strade di Chiasso lo scorso 25 novembre, non ci sarebbe nessun movente preciso: solo un diverbio iniziato in modo provocatorio dalla vittima, un 58enne della regione, e degenerato in un pestaggio a suon di calci e pugni con «una violenza inaudita».
I due, sotto l’influsso di alcol, sono stati ripresi dalle telecamere della videosorveglianza. I filmati, uniti alle testimonianze raccolte, hanno permesso alla procuratrice pubblica Margherita Lanzillo di ricostruire i fatti in modo chiaro. La Corte d’Assise criminale – presieduta da Curzio Guscetti affiancato da Giovanna Canepa Meuli e Luca Zorzi – dovrà stabilire se la pena proposta dall’accusa di 4 anni e 10 mesi potrà essere sospesa a favore di un trattamento stazionario presso Ingrado.
Blackout e la dipendenza da alcol
Non ricorda nulla di ciò che successo in quelli istanti. «Ho visto i video e non posso negarlo, ma contesto di aver voluto uccidere la vittima». Si è difeso così in aula l’imputato, precisando che era completamente ignaro dei fatti anche al momento dell’arresto. Quella notte il suo tasso alcolico era altissimo, compreso tra l’1.7 e il 2.62 per mille: raggiunto al termine di una giornata apparentemente tranquilla, iniziata con delle birre e finita a grappa. Un problema profondo con il bere che l’uomo ha a lungo negato anche a sé stesso, considerandolo un semplice incentivo a socializzare o un anestetico contro i pensieri negativi. «Quando bevo, bevo tanto», ha ammesso durante il lungo interrogatorio di ieri mattina, riconoscendo solo ora come l’alcol amplificasse e accentuasse i suoi picchi di aggressività.
Alle spalle, il 43enne ha un passato clinico e personale tormentato: tra il 2013 e il 2025 è stato ricoverato ben undici volte presso il reparto psichiatrico di Mendrisio, tre dei quali, dal 2022, proprio per intossicazione acuta da alcol e atteggiamenti aggressivi. Ha avuto una vita piena di traumi: l’abbandono del padre a soli sei mesi, la perdita dei nonni materni con cui è cresciuto, l’assenza della madre risposatasi con un uomo violento e la morte precoce di un caro amico.
Una vita di alti e bassi, ma integrato
Nel 2009 la decisione di cambiare vita e stabilirsi in Ticino, lavorando e integrandosi nel Basso Mendrisiotto. Poi, i gravi infortuni sul lavoro a spalla e polso e il fallimento del matrimonio nel 2012 lo hanno trascinato nella ricaduta. Eppure, il 43enne non aveva mai associato quei ricoveri a una vera dipendenza: «Divento aggressivo solo quando percepisco un pericolo nei miei confronti». Ha poi precisato di non aver mai tenuto alcol in casa: «Non mi vedevo come il classico alcolizzato», giustificando il peggioramento con il senso di fallimento legato alla perdita dell’impiego.
Attualmente, l’uomo – a cui sono stati diagnosticati un disturbo di personalità borderline e un disturbo psichico legato alla dipendenza da alcol – riceve in carcere una presa a carico farmacologica e consultiva. «Spero di trovare un lavoro adatto alla mia situazione fisica, di recuperare i rapporti con mia figlia e di smettere definitivamente di bere, per dimostrare che non sono quella persona aggressiva». Il suo desiderio è ricominciare nella regione, ma spostandosi un po’ «per evitare i pregiudizi».
Da un incontro casuale alle botte
«Non me ne sono reso conto. Era lunedì, non so perché ho iniziato a bere». Quella del 24 novembre doveva essere una giornata come le altre per il 43enne. Svolta la routine, l’intenzione era quella di andare a cena in un ristorante giapponese a Ponte Chiasso. Durante il giorno, però, chiacchierando al bar ha iniziato a consumare birre, ammettendo a posteriori l’errore: «Il mio sbaglio è stato mischiare». Alle birre sono seguiti due o tre calici di vino bianco, per poi chiudere la serata con la grappa alle rose, un’abitudine ogni volta che cenava in quel locale. Quella sera ha pensato che «un bicchiere in più o in meno non avrebbe cambiato nulla», nonostante fosse conscio di essere brillo, si è concesso due shot finali.
Rientrato a piedi, si è fermato alla fermata del bus. Aspettava un amico che lo riaccompagnasse a casa e restituisse il portafoglio dimenticato. È lì che ha incrociato la vittima, un 58enne della regione, a sua volta brillo. I due non si conoscevano. «Si è infilato nell’auto del mio amico credendo fosse un taxi», pretendendo di dividere i costi della corsa. Da quel momento, sono i video e i testimoni a colmare i blackout. Scendendo nello stesso punto. Una testimone ha sentito le voci alzarsi. «Colpiscimi prima tu, io sono un pugile», una frase detta per cercare uno scontro. Il pugile sarebbe l’imputato, ma non lo è veramente.
«Sono andato fuori controllo e ho sbagliato – ha sottolineato – ho reagito male, ma di sicuro non volevo ucciderlo. Mi sarei fermato anche senza l’intervento della signora. Mi dispiace, mi faccio schifo da solo». Fortunatamente, i 19 colpi sferrati tra calci (13) e pugni (6) al capo hanno provocato lesioni di modesta entità. La perizia ha evidenziato il disturbo borderline e la forte dipendenza da alcol. A fronte di una scemata imputabilità di grado lieve, il rischio di recidiva rimane medio: una situazione che rende necessario un trattamento stazionario specializzato. Una misura applicabile solo se si rinuncerà all’espulsione dell’uomo dalla Svizzera.
‘Una pressione di inaudita violenza‘
Durante la requisitoria, la pp Lanzillo ha spostato il focus «non su cosa sia accaduto, ma sul significato giuridico dell’azione. Siamo di fronte a una brutale aggressione, idonea a sopprimere una vita umana con intensità estrema». L’imputazione di tentato omicidio intenzionale non è una «forzatura», bensì la naturale conseguenza delle azioni del 43enne che, con «una pressione di inaudita violenza», ha colpito ripetutamente la vittima in una zona vitale, rischiando di causare fratture craniche o la morte.
La pp ha sottolineato che non si è trattato di una colluttazione, ma di uno «scontro unilaterale», in cui l’imputato «ha continuato a infierire concentrando la violenza sulla testa». Solo l’intervento della testimone ha evitato esiti ben peggiori del trauma policontusionale al volto riportato dal 58enne. Tra i due non c’era «nessun rancore»: erano perfetti sconosciuti che, dopo il pestaggio, si sono persino scambiati un abbraccio prima che ognuno andasse per la sua strada.
Per l’accusa, la vittima «si è trovata nel posto sbagliato davanti a una persona che ha perso ogni controllo». La colpa dell’uomo è definita grave per i colpi «mirati, reiterati e insistiti». L’alcol «non può trasformarsi in una giustificazione», ma questo non porta ad opporti alla sospensione della pena di 4 anni e 10 mesi a favore del trattamento stazionario. A una condizione: niente espulsione; in caso contrario, la richiesta fatta è di 7 anni. Il patricinatore dell’accusatore privato Emanuele Ganser, ha chiesto un risarcimento per torto morale di 10’000 franchi: «Da quella sera, per la vittima, uscire di casa significa convivere con la paura».
‘Ha riconosciuto la reazione sproporzionata’
Una serie di circostanze sfortunate hanno portato al dramma. Per Marisa Alfier, la pena va ridotta e sospesa a favore del trattamento terapeutico stazionario. La legale ha voluto aggiungere tasselli cruciali alla dinamica, ribadendo che il suo assistinto non sarebbe un delinquente: i due hanno parlato e il 43enne non ha aggredito la vittima dal nulla, ma ha risposto a una provocazione. Proprio il 58enne ha cercato lo scontro, colpendolo per primo con una testata.
«Bisogna inoltre distinguere i pugni dai calci», ha evidenziato Alfier, ricordando che secondo il perito la forza impressa non era sufficiente a causare fratture al cranio. «Lui stesso, guardando i video, ha riconosciuto una reazione sproporzionata», e ha ricordato che prima di separarsi la stessa vittima si era scusata per averlo provocato. Un movente, seppur minimo, per la difesa esisteva: l’azione è stata innescata da un gesto verbale provocatorio. Alfier ha poi contestato la piena leggibilità dell’intensità dei colpi dalle sole immagini video.
Il fulcro dell’arringa si è spostato sull’espulsione. Si è ripercorso la vita dell’imputato dal 2009 in Ticino. Non ha precedenti specifici da un decennio e che ha coltivato «solidi legami sociali e culturali» nella regione, rimarcando il buon rapporto con la suocera (madre dell’ex moglie) e il sostegno di un caro amico, entrambi presenti in aula. In Italia l’uomo non avrebbe più nessuno su cui contare. Alfier ha chiesto di tener conto della subordinata di tentate lesioni gravi proposta a inizio dibattimento, limitando l’espulsione a 5 anni. Le pretese civili? Rinviate al foro civile.
La decisione è ora nelle mani della Corte d’Assise criminale, attesa del verdetto oggi alle 14.30.

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